Ipercontrollo emotivo

Quando il controllo costante diventa una strategia di sopravvivenza

Quando pensiamo a una difficoltà nella gestione delle emozioni, immaginiamo spesso qualcosa di molto esplosivo: rabbia intensa, impulsività, crisi emotive.

Ma esistono anche forme più silenziose di sofferenza emotiva; per esempio, quella di chi appare sempre controllato, lucido, ben funzionante.

Persone che raramente “esplodono”, che gestiscono tutto da sole, che faticano a mostrarsi vulnerabili. E che (proprio per questo) spesso non vengono riconosciute nella loro fatica.

L’ipercontrollo emotivo non è semplicemente un tratto del temperamento; molto spesso è una strategia che si è costruita nel tempo per far sentire la persona al sicuro.

Cos’è l’ipercontrollo emotivo

L’ipercontrollo emotivo è una modalità di funzionamento che può essere caratterizzata da una o più delle seguenti caratteristiche:

  • monitoraggio costante delle proprie emozioni
  • forte inibizione dell’espressione emotiva
  • bisogno di prevedibilità e controllo
  • difficoltà a lasciarsi andare
  • paura di dipendere dagli altri

Chi tende all’ipercontrollo spesso appare affidabile, competente, autonoma/o e può venire descritta/o come “una persona forte”.

Ma dentro, la realtà di quella persona può essere invasa da una tensione cronica, che nessun sonno o weekend alle terme riesce a sciogliere.
Rigidità, tanto del corpo quanto del pensiero e del comportamento.
Un senso di solitudine che puó diventare insostenibile e doloroso.
Una considerevole fatica a sentirsi spontanea/o nei rapporti con l’Altro.

Da dove arriva il bisogno di controllare

Il problema dell’ipercontrollo è quando questo diventa l’unico modo possibile di stare nel mondo.
Quando senza sentire che controlliamo ogni cosa, ci sentiamo disorientati, sbagliati, e un’ansia o angoscia intense iniziano a strisciare nel nostro petto.

Talvolta, l’ipercontrollo emotivo si sviluppa come adattamento.
Può darsi che nella nostra storia ci sia stato un momento in cui mostrare le nostre emozioni non era sicuro perché le conseguenze erano troppo spesso negative. O forse nei nostri contesti di vita la vulnerabilità veniva criticata o minimizzata, o che abbiamo imparato molto presto che era necessario “funzionare bene”.
Oppure, l’ambiente era imprevedibile o emotivamente poco sintonizzato con noi e i nostri vissuti, che non trovavano mai spazio per esistere così com’erano.

In questi casi, controllarsi diventa una forma di protezione.
Non sentire troppo.
Non disturbare.
Non perdere il controllo.

Con il passare del tempo, però, ciò che inizialmente protegge può trasformarsi in rigidità.

Quando il controllo diventa fatica

Un altro problema, più sottile, è che l’ipercontrollo spesso viene rinforzato socialmente, nell’epoca moderna. Chi controlla tutto viene percepito come maturo, efficiente, stabile e per questo premiato con complimenti e apprezzamenti dall’Altro.

Ma mantenere costantemente questo assetto richiede un enorme dispendio di energia psicologica.

Per questo, nel tempo, possono comparire sintomi psicologici e fisici quali: stanchezza emotiva, somatizzazioni, ansia ad alto funzionamento, difficoltà relazionali, senso di vuoto o disconnessione emotiva.

E a volte non sappiamo più distinguere ciò che sentiamo davvero da ciò che riteniamo accettabile sentire, e che ci autorizziamo o convinciamo a sentire.

Controllare non significa regolare

Un equivoco molto comune è confondere controllo e regolazione emotiva.

Come spiegavo nell’articolo sull’autoregolazione emotiva (leggi qui per approfondire) regolare un’emozione significa riconoscerla, comprenderla e poi modularla, senza negarla né giudicarla.

L’ipercontrollo emotivo invece consiste nel controllare le emozioni rigidamente, nel tentativo (inconscio) di impedire a quelle più sgradite o inaccettabili di emergere.

Ma le emozioni non spariscono quando vengono trattenute.
Spesso si spostano, trovando una nuova collocazione nel corpo – ecco perché stiamo male senza una causa fisica che spieghi i nostri sintomi, nell’iperattivazione, nella tensione mentale e nella distanza relazionale.

Perché in realtà, la regolazione emotiva richiede flessibilità, non perfezione e tantomeno rigidità.

Imparare a tollerare la nostra fallibilità

Per chi vive nell’ipercontrollo, il lavoro psicologico non consiste nel lasciarsi andare completamente, tutto d’un colpo.

Piuttosto, si lavora per costruire gradualmente la possibilità di sentire le emozioni senza esserne travolti, mostrare autenticamente chi si è senza sentirsi deboli, chiedere senza sentirsi dipendenti o in difetto, esistere e darsi valore al di fuori della performance.

La fallibilità, l’imperfezione, fanno parte di noi in quanto esseri umani.
La vulnerabilità non equivale alla perdita di controllo; è piuttosto la capacità di restare in contatto con sé stessi anche quando non si riesce a gestire tutto perfettamente.

L’ipercontrollo emotivo passa spesso inosservato perché, visto dall’esterno, funziona.
Ma funzionare bene non significa necessariamente stare bene.

Ci sono storie in cui la sofferenza non si manifesta nel caos, ma nella rigidità con cui cerchiamo continuamente di evitarlo.
Riconoscere questa fatica può essere il primo passo verso una relazione più autentica con le proprie emozioni.

Riferimenti bibliografici per approfondire

  • Siegel, D. J. (2014). La mente relazionale.Raffaello Cortina Editore.
  • Schore, A. N. (2008). La regolazione degli affetti e la riparazione del Sé.
  • LeDoux, J. (1998). Il cervello emotivo.Baldini & Castoldi.
  • Gross, J. J. (1998). The emerging field of emotion regulation: An integrative review.Review of General Psychology.
ATTENZIONE!
I contenuti di questo blog sono informativi e non sostituiscono una valutazione clinica.

Non possono essere utilizzati per fare diagnosi né come indicazioni terapeutiche.
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