Perché faccio fatica a lasciarmi andare durante il sesso?

Quando invece di vivere quello che sta succedendo, iniziamo a guardarci dall’esterno.

In occasione della Giornata Mondiale della Salute Sessuale (4 settembre 2026), ho deciso di dedicare uno spazio ad alcune difficoltà molto comuni di cui, però, spesso facciamo fatica a parlare: il desiderio che cambia, la difficoltà a lasciarsi andare e quella di comunicare la propria sessualità all’interno della coppia.

Prendersi cura della propria salute sessuale non significa soltanto occuparsi di ciò che “non funziona”, ma imparare a conoscere e ascoltare una parte di noi, importante quanto le altre.

Sul blog di Studio Progetto Vita trovi il mio approfondimento sui concetti di salute e benessere sessuale.

Sei lì, nella stanza, con il partner. Ma sei anche da un’altra parte.
E non sai bene neanche tu dove.

Poi arrivano le domande, nella testa, martellanti.

Gli piacerà?
Sto facendo la cosa giusta?
Quanto ci sto mettendo?
Si sarà accorto della mia pancia?
E se perdo l’erezione?
E se non riesco ad avere l’orgasmo?

Il corpo è dentro l’esperienza, ma una parte della tua mente sembra osservarla dall’esterno.

Controlla. Valuta. Anticipa quello che potrebbe andare storto. Giudica.
E più cerchi di lasciarti andare, meno ci riesci.

“Lasciarsi andare” non è un comando

Quando qualcuno racconta una difficoltà sessuale, una delle frasi che troppo spesso può sentirsi dire (da chi non è un professionista della salute) è “Devi rilassarti.”

Ma se bastasse decidere di rilassarsi, probabilmente il problema non esisterebbe.

L’eccitazione sessuale non dipende esclusivamente dalla volontà. È il risultato di processi fisiologici, cognitivi, emotivi e motivazionali che interagiscono continuamente con ciò che sta accadendo e con il significato che noi attribuiamo all’esperienza.

Non possiamo ordinare al corpo di eccitarsi. Così come non possiamo ordinargli di raggiungere un orgasmo.
E quanto più ci proviamo con insistenza, tanto più il sesso rischia di trasformarsi da incontro tra due intimità, contatto ed esperienza da sentire, in un risultato da ottenere, una performance che deve rispettare certi standard.

Quando durante il sesso iniziamo a osservarci (e non in senso positivo)

Masters e Johnson (1966) utilizzarono il termine spectatoring per descrivere una condizione nella quale, durante l’attività sessuale, la persona diventa in qualche modo spettatrice della propria prestazione.
Invece di prestare attenzione alle sensazioni del proprio corpo, di abitarlo per percepire ogni suo segnale di piacere e stato dell’essere, comincia a controllarsi mentalmente.

Come sto andando?
Sono abbastanza eccitato/a?
Il mio corpo sta rispondendo?
Il/la partner è soddisfatto/a?
Ci sto mettendo troppo? O troppo poco?

L’attenzione si sposta così dall’esperienza alla valutazione dell’esperienza.
Ma il termine stesso – “valutazione” – ci trasmette immediatamente l’idea di quanto si attivi il pensiero, la nostra parte cognitiva, che purtroppo spegne un po’ il corpo; di quanto si guardi alla propria esperienza sessuale come fosse sotto esame, e quindi come se potesse esserci qualcosa di “fatto bene” e qualcosa di “fatto male”.

Questo spostamento di prospettiva, che ci impedisce di abitare il corpo da dentro e sentire, ci teletrasporta fuori da noi stessi, lassù sul soffitto, come un giudice che dall’alto, severamente, commenta ciò che stiamo facendo.

La ricerca successiva ha approfondito il ruolo dell’ansia e dell’interferenza cognitiva nelle difficoltà sessuali: ciò che conta non è semplicemente “essere ansiosi”, ma anche dove viene diretta l’attenzione e quali significati attribuiamo a ciò che sta accadendo.

Il sesso come performance

Da dove nasce l’idea di dover funzionare bene sessualmente?

Ci confrontiamo costantemente con aspettative e stereotipi su quanto dovrebbe durare un rapporto, quante volte dovremmo desiderarlo, come dovrebbe rispondere il nostro corpo, quanto facilmente dovremmo raggiungere l’orgasmo.

A questo possono aggiungersi esperienze precedenti.
Una difficoltà erettile. Un orgasmo che non arriva. Un momento di dolore. Una reazione del partner che abbiamo interpretato come delusione.

Ed ecco che la volta successiva potremmo entrare nell’esperienza sessuale chiedendoci “E se succedesse di nuovo?”

A quel punto non siamo più nel presente, nel qui e ora. Stiamo già controllando, continuamente, che il passato non si ripeta, e che cosa accadrà nel breve futuro di quel rapporto.

Esistono inoltre i cosiddetti copioni sessuali: il risultato dell’insieme degli stereotipi che ogni genere ed orientamento sessuale si porta addosso sin dalla nascita e che sono frutto della cultura e della “storia” che la società in cui la persona vive racconta riguardo alla sessualità di quel genere e di quell’orientamento.
Alcuni esempi sono: le dimensioni contano (per gli uomini), gli omosessuali sono promiscui, tutte le donne possono raggiungere molti orgasmi in un rapporto solo, è il maschio che deve prendere l’iniziativa… e potremmo andare avanti per pagine e pagine.

Il tema dei copioni sessuali è molto ampio e merita un approfondimento dedicato (che scriverò in futuro), ma per ora basti sapere che i copioni in una certa misura fanno parte di noi, molto spesso inconsapevolmente, e se non ce ne accorgiamo possono guidare la nostra sessualità, anche con esiti per nulla soddisfacenti per noi.
Più riusciamo a scoprire qual è il nostro personale modo di vivere la sessualità in modo indipendente dai copioni, più ci avvicineremo ed aumenteremo il nostro benessere sessuale.

Lasciarsi andare richiede sicurezza

C’è anche un significato più ampio in quel “lasciarsi andare“.

Durante la sessualità siamo esposti. Letteralmente nudi di fronte all’Altro, mostriamo il corpo, ciò che desideriamo, ciò che ci piace e ciò che non ci piace.

Anche le parti più imbarazzanti, fuori dal nostro controllo.
Possiamo fare rumore.
Chiedere. Rifiutare.
Essere guardati.

Per alcune persone tutto questo può entrare in conflitto con una parte di essi che ha imparato che è importante controllarsi, non mostrarsi troppo, non chiedere, non occupare spazio o non perdere mai il controllo.

In questi casi la difficoltà non riguarda quasi mai la “tecnica” sessuale (cioè il saper fare, l’esperienza, la conoscenza).
Piuttosto, ha a che fare con quanto ci sentiamo al sicuro nell’essere visti mentre proviamo piacere. Qualcosa di molto più psicologico che fisico, che richiederebbe attenzione e cura all’interno di un percorso psicologico o sessuologico.

Non serve essere bravi a letto

Più trasformiamo erezione, lubrificazione, penetrazione, orgasmo, etc. in prove del fatto che il rapporto stia andando bene, più facilmente perdiamo di vista tutto ciò che sta accadendo davvero nel frattempo.

Il piacere. La curiosità. Il contatto. La tenerezza. Il gioco.
Anche la possibilità di fermarsi.

Un incontro sessuale non è un percorso a tappe nel quale bisogna arrivare necessariamente da qualche parte.
Non è una mansione da imparare a svolgere secondo certi modelli e standard per ripeterla uguale ogni volta.

E il nostro valore come persone non deriva in alcuna misura da quanto “siamo bravi a letto”.
Il senso ultimo di un incontro sessuale è appunto l’incontro con l’Altro, la vicinanza e la condivisione del piacere. E questo non ha nulla in comune con una visione performativa della sessualità.

Come può aiutare una consulenza psico-sessuologica

Quando la difficoltà a lasciarsi andare diventa ricorrente e genera sofferenza, può essere utile comprendere che cosa accade prima e durante l’esperienza sessuale.

Quali pensieri compaiono?
Che cosa stiamo controllando?
Che cosa temiamo possa succedere?
Quali aspettative abbiamo sulla nostra risposta sessuale?
Quanto riusciamo a comunicare ciò che ci piace o ciò di cui abbiamo bisogno?
E quanto ci sentiamo liberi di interrompere qualcosa che invece non desideriamo?

L’obiettivo di una consulenza non è imparare a rilassarsi. Si lavora per riuscire a passare, gradualmente, dall’osservazione di ciò che dovremmo provare all’esperienza di ciò che stiamo realmente provando.

Riferimenti bibliografici per approfondire

  • Masters, W. H., & Johnson, V. E. (1966). Human sexual response. Little, Brown and Company.
  • Kaplan, H. S. (1974). The New Sex Therapy: Active Treatment of Sexual Dysfunctions, Brunner/Mazel.
  • Barlow, D. H. (1986). Causes of sexual dysfunction: The role of anxiety and cognitive interference, Journal of Consulting and Clinical Psychology, 54(2), 140–148.
  • Beck, J. G., & Barlow, D. H. (1986). The effects of anxiety and attentional focus on sexual responding—II, Behaviour Research and Therapy, 24(1), 19–26.

ATTENZIONE!
I contenuti di questo blog sono informativi e non sostituiscono una valutazione clinica.

Non possono essere utilizzati per fare diagnosi né come indicazioni terapeutiche.
Se senti il bisogno di supporto, rivolgiti a psicologi o psicoterapeuti iscritti all’Albo.