Tutto quello che non ci diciamo
I non detti e la distanza nella coppia
All’inizio sono cose piccole.
Qualcosa ti aveva dato fastidio, ma hai pensato non valesse la pena parlarne.
Poi, avresti voluto chiedere qualcosa, ma non volevi risultare pesante.
Una delusione, ma hai lasciato correre.
Una preoccupazione, ma non volevi aggiungerla alle sue.
Un desiderio, ma ti sembrava difficile spiegarlo.
E, senza quasi accorgervene, le cose che non vi dite iniziano a occupare più spazio di quelle che vengono dette.
Non è che avete smesso di parlarvi.
Vi raccontate com’è andata la giornata. Organizzate la settimana. Decidete cosa mangiare, chi va a prendere i bambini, quando fare la spesa, dove andare nel fine settimana.
Qualcosa ve lo dite, ogni mattina, ogni sera.
Nonostante questo, però, potrebbe iniziare a mancare qualcos’altro: la possibilità di portare nella relazione ciò che sentiamo, ciò che desideriamo, quello che ci ha ferito, quello di cui avremmo bisogno.
In quello spazio vuoto, lentamente, possono ammucchiarsi i “non detti”.
Non tutto deve essere detto
Partiamo da una precisazione per nulla scontata.
Essere in coppia non significa dover condividere ogni pensiero, emozione o esperienza.
Intimità non è assenza di uno spazio privato e personale.
Possiamo avere pensieri che vogliamo tenere per noi, aver bisogno del nostro tempo prima di raccontare qualcosa o semplicemente decidere che non tutto ciò che attraversa la nostra mente debba necessariamente essere condiviso con l’Altro.
Il silenzio, non è di per sé un problema.
Anche la ricerca sull’evitamento di alcuni argomenti nelle relazioni mostra una realtà più complessa del semplice “più si parla, meglio è”. Conta anche che cosa evitiamo, perché lo facciamo e quale significato assume quel silenzio all’interno di quella specifica relazione.
In alcune circostanze, infatti, non affrontare immediatamente un tema può persino avere una funzione protettiva.
La faccenda cambia quando iniziamo a tacere proprio le cose che per noi sono importanti.
Perché smettiamo di dire le cose?
Se ci sono dei non detti in una coppia, non è automatico che siano dovuti a una mancanza di interesse.
A volte accade quasi il contrario.
“Non voglio iniziare una discussione.”
“In questo periodo ha già abbastanza problemi.”
“Non voglio ferirlo/a.”
“Tanto non capirebbe.”
“Ne parlerò quando sarà il momento giusto.”
Non diciamo per evitare un conflitto, per paura di essere giudicati, perché non sappiamo come dire qualcosa senza ferire l’Altro.
Possiamo avere paura di una risposta che non vorremmo ricevere mai.
Possiamo non sentirci ancora pronti a dire ad alta voce ciò che proviamo.
Molti non detti, almeno inizialmente, nascono per proteggere qualcosa.
Noi stessi. L’Altro. La relazione. Un equilibrio (non per forza funzionale).
Ma, se il silenzio che protegge dal disagio di una conversazione diventa una modalità abituale, ha un costo elevato nel tempo.
Gli studi sulla tendenza a evitare determinati argomenti nelle relazioni hanno infatti trovato associazioni tra maggiore evitamento e minore soddisfazione relazionale, pur mostrando che il rapporto non è semplice né necessariamente unidirezionale: possiamo evitare alcuni argomenti perché siamo insoddisfatti della relazione e, contemporaneamente, il continuo evitamento può contribuire alla distanza che sperimentiamo tra noi e il/la partner.
Quello che non diciamo non necessariamente scompare
Se non lo diciamo ad alta voce, smette di esistere?
Fortunatamente, no.
Una delusione rimarrà comunque dentro di noi.
Un bisogno mai espresso può trasformarsi nell’aspettativa che l’Altro se ne accorga da solo.
Una difficoltà personale tenuta fuori dalla relazione ci fa sentire sempre più soli nell’affrontarla.
Una domanda non fatta viene sostituita dalle nostre interpretazioni.
“Non gli importa.”
“Non mi vede.”
“Non posso contare su di lei/lui.”
“Ormai non siamo più quelli di prima.”
“Forse ha smesso di amarmi.”
“E se ci fosse un/a altro/a?”
Quando mancano le parole, la mente corre a riempire gli spazi vuoti con le nostre interpretazioni.
E quelle interpretazioni possono sì essere realistiche, ma anche completamente errate.
Per scoprirlo, però, dobbiamo lasciare che l’Altro entri nella conversazione.
“Tanto non capirebbe”
Forse c’è una differenza importante tra una cosa che non abbiamo ancora detto e una cosa che abbiamo smesso di provare a dire.
“Tanto so già come reagirà.”
“Non serve parlarne.”
“Gliel’ho già detto.”
“È fatto/a così.”
“Non cambierà niente.”
Quando si arriva qui, il silenzio spesso racconta qualcosa di più profondo sulla coppia.
Non stiamo solo evitando una conversazione difficile.
Potremmo aver iniziato, una goccia alla volta, a rinunciare a portare alcune parti di noi nella relazione.
Non ti dico che qualcosa che hai detto o fatto mi ha ferito.
Non condivido un mio entusiasmo perché penso che tanto non ti interesserebbe.
Non esprimo ciò di cui avrei bisogno perché sono convinto/a che non lo riceverò da te.
Non ti racconto la persona che sto diventando.
E magari continuiamo a vivere insieme, organizzare vacanze, decidere cosa regalare agli amici, funzionare apparentemente bene.
Ma sotto la superficie di ciò che si vede, conosciamo sempre meno ciò che accade dentro l’Altro.
Nello spazio occupato da tutto ciò che abbiamo smesso di dirci cresce e mette radici la distanza in una coppia, timidamente e nel silenzio, senza grandi scoppi e liti furibonde.
Intimità significa potersi raccontare
L’intimità non dipende soltanto dalla quantità di tempo trascorso insieme o da quanto conosciamo la storia dell’Altro.
È un processo che continua nel presente della coppia, giorno dopo giorno.
La ricerca sull’intimità relazionale ha mostrato l’importanza della self-disclosure, cioè della possibilità di condividere aspetti di Sé, insieme alla percezione che l’Altro risponda con interesse, comprensione e attenzione. In uno studio classico di Laurenceau e colleghi, la condivisione di contenuti emotivi risultava particolarmente legata all’esperienza di intimità nelle interazioni quotidiane.
Raccontarsi non basta.
Per continuare a mostrarci all’Altro – e sentirci bene quando lo facciamo – abbiamo bisogno di scoprire che cosa accade quando lo facciamo.
Posso raccontarti una fragilità?
Posso dirti che sono arrabbiato/a?
Posso dirti di no?
Posso cambiare idea?
Posso raccontarti qualcosa che potrebbe deluderti?
Posso essere diverso/a da quello che pensavi?
Senza sentirti deriso/a, giudicato/a; senza che questo metta in discussione l’intera relazione; senza vedere il tuo viso esprimere disgusto, delusione, rancore…
Perché la comunicazione di coppia non riguarda solo la capacità di trovare le parole giuste.
Si tratta anche di quanto spazio esiste nella relazione perché quelle parole possano essere pronunciate, e ascoltate.
Parlarsi di più non è sempre la soluzione
Di fronte alla distanza, la risposta potrebbe sembrare semplice:“dobbiamo comunicare di più.”
Ma non è sempre questo il punto.
Se ogni volta che provo a raccontare qualcosa che mi fa stare male vengo ignorato/a, svalutato/a o attaccato/a, il problema non è trovare un modo migliore per dirlo ma capire perché la dinamica è questa.
Se evito qualsiasi conversazione difficile perché temo il conflitto, potrei aver bisogno di comprendere che cosa rende per me così minaccioso il disaccordo.
Se penso che tu dovresti capire da solo/a ciò di cui ho bisogno, sarebbe importante chiedermi perché sia così difficile esprimerlo a voce anziché pretenderlo tacitamente nella mia testa.
Se non parliamo più perché abbiamo entrambi imparato che è più semplice funzionare fianco a fianco piuttosto che rischiare di incontrarci davvero, è proprio quella distanza da braccio a braccio che merita di essere osservata.
Non esiste una frase perfetta capace, da sola, di sbloccare la comunicazione.
Esiste però la possibilità di iniziare a osservare che cosa succede tra noi quando proviamo a parlare delle cose importanti. E fa tutta la differenza del mondo.
Come può aiutare un percorso di sostegno psicologico
Quando i non detti diventano molti e la distanza nella coppia comincia a generare sofferenza, un percorso di sostegno psicologico ha l’obiettivo primario di comprendere che funzione abbia assunto il silenzio nella relazione.
Che cosa temo possa succedere se parlo?
Che cosa mi aspetto dalla reazione dell’Altro?
Ci sono argomenti che evitiamo sistematicamente?
Quando ho iniziato a pensare che non valesse più la pena raccontarti alcune cose?
E soprattutto: mi sento ancora libero/a di portare me stesso/a dentro questa relazione?
Il punto di arrivo non è dirsi tutto da ora in poi.
È provare a comprendere che cosa abbiamo smesso di dirci e perché abbiamo smesso di farlo.
Perché forse, prima ancora di chiederci “come possiamo comunicare meglio?”, possiamo partire da due domande più semplici:
“Che cosa ho smesso di raccontarti?”
E poi:
“Perché ho smesso di farlo?”
Riferimenti bibliografici per approfondire
- Caughlin, J. P. (2004). When is topic avoidance unsatisfying? Examining moderators of the association between avoidance and dissatisfaction. Human Communication Research, 30(4), 479–513.
- Laurenceau, J.-P., Barrett, L. F., & Pietromonaco, P. R. (1998). Intimacy as an interpersonal process: The importance of self-disclosure, partner disclosure, and perceived partner responsiveness in interpersonal exchanges. Journal of Personality and Social Psychology, 74(5), 1238–1251.
- Sargent, J. (2002). Topic avoidance: Is this the way to a more satisfying relationship? Communication Research Reports, 19(2), 175–182.
- Merrill, A. F., & Afifi, T. D. (2012). Examining the bidirectional nature of topic avoidance and relationship dissatisfaction: The moderating role of communication skills. Communication Monographs, 79 (4), 499–521.
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