Stress cronico: quando il corpo resta sempre in allerta

Quando la tensione non si interrompe, il corpo smette di percepire la sicurezza come uno stato possibile

Lo stress cronico è una condizione sempre più diffusa, ma spesso difficile da riconoscere finché il corpo non inizia a manifestarne gli effetti.

Lo stress è una risposta naturale del nostro organismo.
Ci aiuta ad affrontare situazioni difficili, ad attivarci e muoverci, a reagire rapidamente quando percepiamo una minaccia o una richiesta importante.

Insomma, lo stress in sé non è un nostro nemico.
Il problema emerge quando il nostro sistema nervoso rimane attivato troppo a lungo.

Molte persone vivono in uno stato di allerta quasi continuo, spesso senza rendersene pienamente conto.
Continuano a funzionare, lavorare, organizzare, ma nel frattempo il corpo resta in tensione per rispondere a tutte le richieste quotidiane.

E spesso è proprio il corpo a iniziare a parlare per primo.


Cos’è lo stress cronico

Parliamo di stress cronico quando il sistema nervoso resta in uno stato prolungato di attivazione, senza avere tempi sufficienti di recupero e regolazione.

A livello biologico, questo significa che il nostro organismo continua a funzionare come se dovesse gestire una minaccia costante.

Il sistema nervoso autonomo rimane orientato verso iperattivazione, vigilanza e preparazione continue, come se ci fossero pericoli in ogni angolo del mondo attorno a noi, a ogni ora del giorno (e magari della notte).

Nel lungo termine può diventare usurante.

Cosa succede al nostro corpo in allerta prolungata

Lo stress cronico non si manifesta soltanto a livello psicologico, nel pensiero (es. scarsa concentrazione, vuoti di memoria, distrazione), negli stati emotivi (es. ansia, agitazione e preoccupazione, irritabilità).
Spesso compare anche attraverso segnali corporei che tendiamo a minimizzare o normalizzare.

Tra i sintomi più comuni troviamo

  • tensione muscolare persistente
  • difficoltà nel sonno (es. risvegli notturni, insonnia)
  • stanchezza costante, anche dopo aver riposato
  • mal di testa frequenti
  • tachicardia o senso di agitazione
  • problemi gastrointestinali

È come se il sistema nervoso facesse fatica a ricevere il messaggio che il pericolo è passato, continuando a mantenere il corpo in uno stato di vigilanza anche quando non sarebbe più necessario.

In alcune persone l’attivazione si manifesta in modo evidente; in altre diventa quasi silenziosa, ma continua a consumare energie dall’interno.

A volte ci abituiamo talmente tanto a vivere in tensione da non riconoscerla più come tale.
Solo quando il corpo rallenta, si blocca o si esaurisce ci accorgiamo di quanto fosse elevato il livello di malessere in cui stavamo vivendo.

Nella pratica clinica, molte persone accedono al supporto psicologico dopo che visite mediche e controlli specialistici sono risultati negativi, suggerendo che il problema possa essere psicosomatico anzichè organico.

Perché entriamo in stress cronico?

Non tutte le persone reagiscono allo stress allo stesso modo.
La vulnerabilità allo stress cronico può dipendere da molti fattori:

  • esperienze prolungate di pressione o instabilità
  • difficoltà nel riconoscere i propri limiti
  • ambienti altamente performativi
  • abitudine a funzionare anche quando si è esausti
  • difficoltà a concedersi pause senza sentirsi in colpa
  • percepire il “fare fatica” come un valore aggiunto

In alcuni casi, il corpo si abitua talmente allo stato di allerta da percepirlo come normale e il rilassamento può diventare quasi destabilizzante.
Sono situazioni in cui quando ci fermiamo e non facciamo niente o quando siamo in vacanza ci sentiamo peggio dei giorni in cui lavoriamo. Il disagio può assumere la forma di ansia, agitazione, oppure di sintomi fisici.

Questo può succedere perchè la pausa rompe lo schema abituale di stress, disorientandoci, perchè quando finalmente il corpo si ferma rilascia la tensione accumulata in modo dirompente, perchè siamo convinti che fermarsi sia sbagliato e non riusciamo a vivere i momenti di relax come qualcosa di necessario e giusto.

Cosa insegna la teoria polivagale

Secondo la teoria polivagale di Stephen Porges, il nostro organismo è continuamente impegnato a valutare il livello di sicurezza o minaccia presente nell’ambiente, attraverso un processo automatico e perlopiù inconsapevole chiamato neurocezione.

Quando il sistema percepisce pericolo o instabilità prolungati, può mantenersi in uno stato di attivazione simpatica persistente. In questa condizione possiamo sentire chiaramente i sintomi psicologici e fisici di cui parliamo sopra.

In altri casi, soprattutto quando l’attivazione diventa troppo intensa o prolungata, il sistema nervoso può spostarsi verso stati di spegnimento e disconnessione, quella che viene chiamata risposta dorsovagale.
In questi stati sperimentiamo distacco emotivo, un certo senso di anestesia, stanchezza profonda, difficoltà a percepire davvero ciò che proviamo.

Dal punto di vista polivagale, queste reazioni non sono semplicemente esagerazioni o debolezze personali, ma tentativi automatici del sistema nervoso di proteggerci e mantenerci in sicurezza.

Le emozioni, infatti, non coinvolgono soltanto il pensiero; attraversano il corpo, il respiro, il tono muscolare, il battito cardiaco, l’espressione del volto e il modo in cui entriamo in relazione con gli altri.
Quando il corpo resta a lungo in uno stato di allerta o difesa, anche il mondo emotivo fatica a trovare stabilità e flessibilità.

Cosa possiamo fare per lavorare sullo stress cronico

Spesso immaginiamo la regolazione emotiva come uno stato di calma costante o assenza di stress.
In realtà, secondo la teoria polivagale, la regolazione non coincide con l’eliminazione dell’attivazione, ma con la capacità del sistema nervoso di muoversi in modo flessibile tra diversi stati, senza rimanere bloccato nella difesa.

Un sistema regolato può attraversare momenti di attivazione, momenti di recupero  ed esperienze di sicurezza e connessione.

Il problema dello stress cronico emerge proprio quando questa flessibilità si riduce e il sistema nervoso fatica a tornare a stati di sicurezza percepita.

Per questo, lavorare sulla regolazione significa anche aiutare il corpo a fare esperienza — in modo graduale e ripetuto — di condizioni che il sistema possa riconoscere come sicure.

A seconda della persona e del momento che sta attraversando, all’interno dei percorsi di sostegno psicologico possono essere utilizzati tecniche ed esercizi diversi, ad esempio:

  • pratiche di respirazione lenta e consapevole
  • esercizi di grounding e orientamento ai sensi
  • lavoro sul riconoscimento dei segnali corporei
  • movimento corporeo regolante
  • esercizi di consapevolezza emotiva
  • costruzione di relazioni percepite come sicure

 [NB: assicurati di imparare ed allenare queste tecniche con professionisti psicologi e/o psicoterapeuti iscritti all’Albo!]

Non si tratta di eliminare le emozioni o spegnere l’attivazione, ma di aiutare gradualmente il sistema nervoso a uscire da stati di difesa persistente e ritrovare condizioni di maggiore stabilità, connessione e senso di sicurezza.

Riconoscere lo stress cronico prima che il sistema arrivi al limite significa dare legittimità alla propria fatica, senza aspettare il crollo.

Il corpo non è contro di noi, nemmeno quando si blocca o si affatica.
Il corpo è la nostra casa, il nostro alleato che ci comunica in ogni istante se ciò che stiamo facendo va davvero bene per noi, o se abbiamo bisogno di altro, anche solo di un minuto per fermarci, e respirare.

Riferimenti bibliografici per approfondire

  • Sapolsky, R. M. (2018). Perché alle zebre non viene l’ulcera. Castelvecchi.
  • McEwen, B. S. (2007). Physiology and neurobiology of stress and adaptation. Physiological Reviews.
  • Porges, S. W. (2014). La guida pratica alla teoria polivagale. Giovanni Fioriti Editore.
  • Fava G.A., Grandi S., Rafanelli C. (2011). Manuale di Psicosomatica. Il Pensiero Scientifico Editore
ATTENZIONE!
I contenuti di questo blog sono informativi e non sostituiscono una valutazione clinica.

Non possono essere utilizzati per fare diagnosi né come indicazioni terapeutiche.
Se senti il bisogno di supporto, rivolgiti a psicologi o psicoterapeuti iscritti all’Albo.