Il silenzio delle crisi esistenziali

Sentirsi persi e angosciati anche quando va tutto bene

Ci sono momenti della vita in cui, apparentemente, va tutto bene.

Abbiamo una routine, relazioni, impegni, obiettivi raggiunti o quantomeno una direzione abbastanza definita.

Da fuori, nulla sembra davvero fuori posto.
Eppure, dentro, qualcosa non torna.

È una sensazione difficile da spiegare, come se ciò che prima bastava non bastasse più. Come se la vita che stiamo vivendo avesse improvvisamente perso senso.
Continuiamo a fare ciò che abbiamo sempre fatto, ma con una angoscia crescente.

Le crisi esistenziali spesso non iniziano nel caos, ma con una sensazione silenziosa di smarrimento.

Le crisi esistenziali non sono sempre drammatiche

Quando pensiamo a una crisi, immaginiamo facilmente caos, sofferenza evidente, perdita di controllo. Ma le crisi esistenziali possono assomigliare anche a

  • senso di vuoto,
  • disorientamento,
  • senso di estraneità,
  • perdita di significato,
  • fatica a riconoscersi nella propria quotidianità.

E spesso arrivano nei momenti di passaggio – adolescenza, ingresso nell’età adulta, maternità o paternità, cambiamenti lavorativi, separazioni, perdite, trasformazioni personali.

Sono fasi in cui qualcosa dentro cambia, e ciò che eravamo prima non ci rappresenta più davvero del tutto.

“Dovrei stare bene… quindi perché mi sento così?”

Una delle caratteristiche più difficili delle crisi esistenziali è proprio questa apparente contraddizione.

Molte persone si sentono confuse perché non riescono a “giustificare” (a sè e agli   altri) il proprio malessere.
“Ho tutto per stare bene.”
“Non mi manca niente.”
“Allora perché mi sento così?”

Ma il disagio esistenziale non necessariamente parla dell’assenza di qualcosa all’esterno. Molte volte origina dalla distanza crescente tra la vita che stiamo vivendo e ciò che sentiamo più autenticamente nostro.

Possiamo aver imparato a “funzionare” molto bene, ad adattarci, a rispondere alle aspettative, a fare ciò che sentiamo di dover fare.
E poi, a un certo punto, quasi senza preavviso, un’angoscia dentro di noi iniziare a fare rumore.

Le crisi esistenziali non sono un fallimento

Viviamo in una cultura che tende a vedere il malessere come qualcosa da eliminare rapidamente. Se stiamo male, dovremmo aggiustarci, tornare efficienti, riprendere il controllo.

Dovremmo considerare invece che le crisi sono segnali di trasformazione, non di catastrofe.

Una crisi esistenziale può costituire il momento in cui iniziamo a renderci conto che alcune parti di noi sono cambiate (o chiedono di farlo). Che alcune modalità di vivere, scegliere o relazionarci non ci corrispondono più come prima.

Senza che questo significhi necessariamente stravolgere tutto, ma almeno, per prima cosa, fermarsi ad ascoltare ciò che sta emergendo.

Dare un nome a ciò che stiamo vivendo

Il primo passo non è cercare (o trovare) subito la soluzione alla crisi, ma riconoscerla, accoglierla dentro di noi smettendo di divincolarci per fuggire dal disagio che crea.

Dare un nome a quella sensazione di vuoto, di smarrimento o di distanza da Sé può alleggerire molto l’angoscia che accompagna questi momenti.

Perché ciò che stiamo vivendo non è debolezza o incapacità di apprezzare ciò che abbiamo.

Forse è un passaggio.
Un momento di ridefinizione.
Una trasformazione interna che chiede di essere ascoltata, non messa a tacere.

Riferimenti bibliografici per approfondire
  • Viktor Frankl (1946) Alla ricerca di un senso della vita
  • Irvin D. Yalom (1980) Psicoterapia esistenziale
  • Rollo May (1978) Psicologia esistenziale. Saggi di G. Allport, H. Feifel, A. Maslow, C. Roger
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