Perché non mi arrabbio mai? Quando la rabbia non riesce a trovare spazio

Non tutte le persone esprimono la rabbia, ma non significa che non la provino. A volte impariamo a trattenerla così a lungo da non riuscire quasi più a riconoscerla.

“Io non mi arrabbio mai.”

Molte persone lo dicono quasi con orgoglio.
Altre con un po’ di stupore.
Raccontano di riuscire sempre a mantenere la calma, a evitare i conflitti, a non alzare la voce.

Ma, durante il percorso di sostegno psicologico, capita spesso di scoprire che la rabbia non è davvero assente.
Più che svanire nel nulla o non sorgere mai, quella è una rabbia che non ha trovato uno spazio in cui poter essere riconosciuta ed espressa.

La rabbia non è sbagliata

Nel precedente articolo del blog, “Rabbia fuori controllo: quando il problema non è la rabbia”, abbiamo visto che questa emozione, quando diventa molto intensa, può portarci a reagire in modi che non ci rappresentano fino in fondo.
Ma abbiamo anche visto che la rabbia, poveretta, non è sbagliata né da eliminare (anche se noi la trattiamo come tale).

[Per leggere l’articolo precedente e approfondire, clicca QUI.]

Ma cosa succede quando la rabbia sembra non esserci affatto?
Quando ci accorgiamo di non arrabbiarci mai, di evitare sistematicamente litigi e confronti, quando la rabbia proprio non fa parte del nostro mondo interiore?

Quando impariamo a non arrabbiarci

Nessuno nasce pensando che arrabbiarsi sia sbagliato.
O tantomeno incapace di provare rabbia!

Come tutti i cambiamenti fondanti della nostra psiche, l’abitudine a sopprimere della rabbia si sviluppa all’interno delle relazioni e dei contesti per noi significativi.

Magari, da bambini, abbiamo ricevuto il messaggio – esplicito o implicito – che arrabbiarsi significasse essere maleducati, egoisti o “bambini difficili”.
Magari abbiamo sperimentato che la rabbia degli adulti faceva paura e abbiamo imparato a evitare qualsiasi emozione che potesse ricordarla.
Magari abbiamo scoperto che, per mantenere la serenità in famiglia o preservare una relazione importante, era più sicuro tacere, adattarsi o mettere da parte ciò che proviamo.

Con il tempo e se ripetuto ancora e ancora, questo modo di stare (non) vivere la rabbia diventa automatico.

La rabbia non smette di esistere, continua ad abitarci, ma viene trattenuta, minimizzata o trasformata in qualcos’altro.
Impariamo a dire “non importa”, anche quando importa eccome.
A convincerci che sia meglio evitare un conflitto piuttosto che esprimere un disaccordo.
A prendersi cura dei bisogni degli altri prima dei nostri, fino a fare fatica a riconoscere ciò che si sente davvero.

Ma questo non significa assolutamente che essere persone più calme o più pazienti delle altre
(e no, figuriamoci, neanche più buone!).
Significa solo che, nella nostra storia di vita, abbiamo imparato che mostrare la rabbia non è possibile, non è sicuro, non è accettabile.

La rabbia taciuta cambia linguaggio

Abbiamo detto che il fatto di non riconoscere la propria rabbia non significa che questa smetta di esistere. Continuerà ad abitare dentro di noi, silenziosa.

Ma allora cosa fa, quella rabbia?

Spesso si manifesta come una tensione costante nel corpo o un’irritabilità che sembra emergere per motivi apparentemente banali.
In alcune persone si traduce, in maniera paradossale, nella difficoltà a dire di no, nella tendenza a compiacere sempre gli altri, per paura del conflitto o del rifiuto.

Ma ha anche la forma di un risentimento silenzioso, che cresce nel tempo senza trovare uno spazio per essere espresso, oppure in un persistente senso di ingiustizia che fatica a trovare parole eppure urla fortissimo, dentro.

Capita anche che la rabbia silenziata provi a parlare con noi facendoci sviluppare sintomi fisici o  malessere corporeo (che sempre merita di essere accolto e compreso all’interno di una valutazione più ampia, anche medica, senza attribuire automaticamente una causa psicologica!).
Ma esistono ipotesi che collegano digrignare i denti, bruxismo e sintomi simili a livello orale a rabbia repressa; la psicosomatica da decenni suggerisce un legame tra rabbia (espressa o non espressa) e disturbi funzionali, in particolare a livello gastrico (i.e. reflusso gastroesofageo, cattiva digestione, gastrite, etc.). Ma l’elenco potrebbe continuare ancora con l’esperienza raccontata dalle persone che hanno chiuso in cantina la rabbia e che riportano frequenti mal di testa, mal di schiena e una varietà di sintomi psicofisici.

Prevedibilmente, la rabbia trattenuta, che non scompare ma cambia forma, rende più difficile riconoscere il messaggio che sta cercando di comunicarci.

Non è assenza di rabbia, ma difficoltà a riconoscerla

Forse allora la domanda “Perché non mi arrabbio mai?” non ci torna molto utile.
Forse vale la pena chiedersi altro. Per esempio

Quando ho imparato che arrabbiarmi non era possibile?
Che cosa temevo potesse succedere se avessi espresso il mio disaccordo o la mia frustrazione?
Quali parti di me continuo a mettere da parte, pur di evitare un conflitto?

Sono domande che raramente trovano una risposta immediata.
Richiedono tempo, curiosità e disponibilità a osservare la propria storia senza giudicarsi.

Eh, ma allora la soluzione qual è?
Per prima cosa, l’obiettivo non è imparare ad arrabbiarsi di più, né cercare dentro di sé la rabbia a tutti i costi.
Occorre imparare a riconoscere tutte le emozioni che ci abitano, anche quelle che per molto tempo abbiamo considerato inaccettabili o poco compatibili con l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi.

Perché anche la rabbia, quando trova spazio per essere ascoltata e capita, può diventare una nostra alleata: ci aiuta a riconoscere i nostri limiti, a dare valore ai nostri bisogni e a costruire relazioni più autentiche.

Che cosa succede quando metto sempre da parte ciò che provo?
Quali bisogni sto cercando di proteggere evitando il conflitto?

Come può aiutare un percorso di sostegno psicologico

Se l’obiettivo non è diventare esseri furibondi e creare una rabbia esplosiva, allora il percorso psicologico di chi “non si arrabbia mai” dovrebbe andare nella direzione di aiutare la persona a riconoscere ciò che accade dentro di sé prima che l’emozione venga messa a tacere.
E questo significa imparare ad ascoltare i segnali del corpo, dare un nome a ciò che si prova, individuare i propri bisogni e riconoscere quei limiti che, fino a quel momento, forse sono stati oltrepassati in silenzio.

Con il tempo, e con gentilezza e pazienza, la rabbia smette così di essere un’emozione da evitare o da temere, e può tornare a svolgere la sua funzione originaria: informarci che qualcosa, nella relazione con noi stessi o con gli altri, non sta girando bene.

Più che imparare a esprimere la rabbia, si tratta di sviluppare una maggiore consapevolezza del proprio mondo emotivo. È questa consapevolezza che permette, gradualmente, di scegliere come stare nelle relazioni in modo più autentico, rispettando i propri bisogni senza calpestare quelli dell’Altro.

Riferimenti bibliografici per approfondire

  • Gross & Levenson (1993). Emotional suppression: Physiology, self-report, and expressive behavior. Journal of Personality and Social Psychology, 5, 170–191.
  • Gross, J. J. (1998). The emerging field of emotion regulation: An integrative review. Review of General Psychology, 2(3), 271–299.
  • Kennedy-Moore, E., & Watson, J. C. (2001). How and When Does Emotional Expression Help? Review of General Psychology.
  • Bowlby, J. (1989). Una base sicura. Raffaello Cortina.
  • Siegel, D. J. (2021). La mente relazionale. Raffaello Cortina.
ATTENZIONE!
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