Quando cerchiamo la risposta giusta, rischiamo di non vivere la domanda

E se la difficoltà non fosse scegliere, ma accettare di non poter essere certi?

Ci sono momenti della vita in cui vorremmo soltanto sapere cosa fare.

Restare o andare via.
Accettare o rifiutare.
Continuare sulla strada che conosciamo o provare qualcosa di nuovo.

Ci pensiamo. Poi ci pensiamo ancora.

Facciamo liste di pro e contro, chiediamo consigli alle persone di cui ci fidiamo, immaginiamo tutti gli scenari possibili. Cerchiamo informazioni, confrontiamo alternative, proviamo ad anticipare come ci sentiremmo se scegliessimo una strada oppure l’altra.

Eppure, più cerchiamo una risposta, più possiamo sentirci indecisi e bloccati.
Come se da qualche parte dovesse esistere una scelta capace di metterci finalmente al riparo dal dubbio. Una risposta così giusta, da non lasciarci alcun rimpianto.

Forse, però, non sempre facciamo fatica a decidere perché non sappiamo cosa vogliamo.
Forse, a volte, facciamo fatica perché vorremmo sapere, prima di scegliere, come andrà a finire.

E questo, nessuna scelta può garantirlo.

Quando non cerchiamo una risposta, ma una certezza

C’è una differenza sottile tra cercare di prendere una buona decisione e cercare una decisione che ci faccia sentire completamente sicuri.

Nel primo caso raccogliamo le informazioni che ci servono, ascoltiamo ciò che sentiamo, valutiamo le possibilità e, a un certo punto, scegliamo.

Nel secondo continuiamo a cercare.
Un’altra informazione. Un altro parere. Un’altra conferma.

“E se me ne pentissi?”
“E se stessi facendo un errore?”
“Come faccio a sapere che è davvero la cosa giusta?”

Il problema è che quando cerchiamo una certezza assoluta, nessuna risposta sembra mai sufficiente.

Ogni possibilità contiene un nuovo dubbio. Ogni rassicurazione funziona per un po’, finché non compare una nuova domanda.
Così possiamo rimanere a lungo sospesi tra alternative diverse, convinti che ci manchi ancora qualche elemento per decidere.

Quando, forse, ciò che manca non è un’informazione, ma la possibilità di accettare una parte di incertezza che resterà comunque con noi.

L’incertezza fa parte di ogni scelta

Scegliere significa inevitabilmente confrontarsi con ciò che non sappiamo.

Possiamo raccogliere informazioni, riflettere sulle conseguenze e provare a immaginare il futuro. Ma non possiamo sapere esattamente chi saremo tra un anno, come cambieranno le circostanze o che cosa proveremo quando ciò che oggi immaginiamo diventerà realtà.

Eppure, spesso pretendiamo dalle nostre decisioni proprio questo: di proteggerci dall’imprevedibilità.

Vorremmo sapere in anticipo se saremo felici.
Se quella relazione funzionerà.
Se quel lavoro sarà quello giusto.
Se cambiare città sarà stata una buona idea.
Se un giorno guarderemo indietro e penseremo di aver fatto bene.

Ma alcune risposte esistono soltanto nel futuro.
E non esiste pensiero che possa trasportarle completamente nel presente.

Ogni scelta contiene anche una perdita

Scegliere significa prendere qualcosa e lasciare andare qualcos’altro.
Ogni volta che percorriamo una strada, rinunciamo — almeno in quel momento — alle altre possibilità.

Quanto può essere difficile da accettare?

Possiamo desiderare di cambiare lavoro e, allo stesso tempo, sentire la mancanza della sicurezza che quello vecchio ci garantiva.

Possiamo scegliere di chiudere una relazione e continuare a provare affetto per la persona che abbiamo lasciato.

Possiamo essere felici di una scelta e, contemporaneamente, chiederci come sarebbe stata la nostra vita se avessimo scelto diversamente.

Ma la presenza di un dubbio, di una nostalgia o persino di un rimpianto non ci comunica per forza che abbiamo preso la decisione sbagliata. A volte, semplicemente, che abbiamo scelto.
E scegliere comporta anche fare spazio alla perdita delle possibilità che non vivremo.

Quando continuiamo a pensare invece di vivere

Riflettere ci aiuta a comprendere ciò che desideriamo, a valutare le conseguenze e a prendere decisioni più consapevoli.

Ma arriva un momento in cui pensare ancora non aggiunge più informazioni.
Aggiunge soltanto altri pensieri.
Possiamo allora ritrovarci a vivere in una anticamera della vita: immaginiamo, valutiamo, anticipiamo, ma rimandiamo continuamente il momento in cui iniziare davvero ad agire, a fare esperienze, a decidere.

Aspettiamo di sentirci pronti.
Aspettiamo di non avere più paura.
Aspettiamo che il dubbio scompaia.
Aspettiamo il momento giusto.
Aspettiamo la certezza.

E, mentre aspettiamo, la vita continua.

E se provassimo a vivere anche la domanda?

Alcune domande hanno bisogno di essere attraversate.

Ci sono momenti in cui possiamo concederci di non sapere ancora. Di osservare ciò che accade dentro di noi. Di fare piccoli passi e vedere dove ci portano.

Possiamo sentire ciò che vogliamo facendo esperienza, non restando fermi a pensarci.
Una scelta che sulla carta sembrava perfetta può rivelarsi diversa da come l’avevamo immaginata. Una strada che ci spaventava può presentarci parti di noi che ancora non conoscevamo.

Questo non significa agire impulsivamente o smettere di riflettere.
Piuttosto, si tratta di riconoscere che non tutte le risposte possono arrivare prima di un’azione concreta.

Decidere significa anche imparare a fidarsi di sé

Per alcune persone, parte della difficoltà di scegliere nasce dall’idea che, se prendessero la decisione sbagliata, non sarebbero in grado di affrontarne le conseguenze.

Cercano di controllare il futuro per sentirsi al sicuro nel presente.
Ma non abbiamo sempre bisogno della certezza che tutto andrà come abbiamo previsto.

La sensazione di sicurezza può nascere anche dalla fiducia di poterci incontrare in ciò che accadrà.
Di poter cambiare idea, quando sarà possibile.
Di poter affrontare una delusione.
Di poter riconoscere un errore.
Di poter chiedere aiuto.
Di poter scoprire risorse che oggi non sappiamo ancora di avere.

Fidarsi di sé non risponde alla formula: “Farò sicuramente la scelta giusta”.

Una più giusta, mi sembra: “Non so esattamente dove mi porterà questa scelta. Ma posso fidarmi della mia capacità di affrontare, in qualche modo, ciò che incontrerò.”

Come può aiutare un percorso di sostegno psicologico

In un percorso di sostegno psicologico non si cercano risposte preconfezionate e il professionista non decide MAI al posto della persona.

Viene invece promossa l’autonomia, nel totale rispetto del libero arbitrio e di quel principio per cui neanche lo/a psicologo/a può sapere quale sia la cosa giusta da fare per la persona!

Si crea insieme uno spazio in cui fermarsi a osservare le domande che continuano a tornare.

Perché ho così bisogno di essere certo?
Che cosa temo possa accadere se sbaglio?

Quanto della mia difficoltà riguarda davvero questa decisione e quanto, invece, il modo in cui vivo il dubbio, l’errore o l’imprevedibilità?

Quali aspettative, mie o degli altri, stanno entrando nella mia scelta?

L’obiettivo non è non avere più dubbi.

È poter costruire, gradualmente, una relazione più flessibile con l’incertezza: riconoscere che possiamo riflettere, ascoltarci e scegliere con consapevolezza anche senza conoscere in anticipo tutte le risposte.

Forse non dobbiamo rispondere subito a tutte le domande

Viviamo in un tempo che ci chiede continuamente di sapere.

Sapere chi siamo.
Cosa vogliamo.
Dove stiamo andando.
Quale sarà il nostro prossimo passo.

Ma al contrario di questa direzione, ci sono momenti della vita in cui non avere ancora una risposta non ci rende persi. Significa che siamo dentro una domanda.

Crescere, come esseri umani, richiede di imparare che possiamo continuare a vivere anche mentre alcune domande rimangono aperte.

Perché, nel tentativo di scegliere sempre la strada giusta, possiamo rischiare di restare immobili davanti all’incrocio.
A volte, invece, una strada inizia a diventare nostra proprio mentre cominciamo a percorrerla.

Riferimenti bibliografici per approfondire

  • Gigerenzer, G. (2009). Decisioni intuitive. Quando si sceglie senza pensarci troppo. Raffaello Cortina Editore.
  • Gigerenzer, G. (2015). Imparare a rischiare. Come prendere decisioni giuste. Raffaello Cortina Editore.
  • Màdera, R. (2012). La carta del senso. Raffaello Cortina Editore.
  • Buhr, K., & Dugas, M. J. (2002). The Intolerance of Uncertainty Scale: Psychometric properties of the English version. Behaviour Research and Therapy, 40(8), 931–945.
  • Carleton, R. N. (2016). Into the unknown: A review and synthesis of contemporary models involving uncertainty. Journal of Anxiety Disorders, 39, 30–43.
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