Perché i buoni propositi spesso non funzionano

(e cosa fare al loro posto)

I buoni propositi nascono con buone intenzioni: desiderio di stare meglio, di cambiare qualcosa che non funziona, di prendersi cura di sé.
Eppure, per molte persone, finiscono per trasformarsi in una fonte di pressione più che di reale cambiamento.

Questo accade perché spesso, senza che ce ne rendiamo conto, i buoni propositi trasformano il cambiamento in una prestazione.
Qualcosa da portare a termine, da rispettare, da “fare bene”.

Quando il cambiamento diventa una prestazione

Il linguaggio che accompagna i buoni propositi è spesso quello del “devo”:
devo muovermi di più, devo essere costante, devo smettere di fumare.

Questo tipo di linguaggio attiva controllo e giudizio, non una motivazione profonda.
Riduce il cambiamento a una questione di forza di volontà, ignorando aspetti fondamentali della nostra esperienza reale: la stanchezza, gli imprevisti, le oscillazioni emotive, i momenti di rallentamento.

Quando il cambiamento viene pensato come lineare, ogni deviazione viene vissuta come un fallimento.
E quando “falliamo”, il giudizio non si ferma sul proposito, ma si sposta su di noi:
non sono costante, non sono capace, non ho abbastanza disciplina.
Quindi sono sbagliato/a.

In questo modo, ciò che doveva portarci benessere finisce per allontanarci ancora di più da noi stessi.

Il cambiamento non è lineare

Uno degli errori più comuni è pensare il cambiamento come un percorso diritto, progressivo, sempre in salita.
In realtà, il cambiamento è irregolare, fatto di avanzamenti e pause, di entusiasmo e fatica, di passi avanti e momenti di arresto.

Quando non lasciamo spazio a questa complessità, il rischio è quello di forzarci, di resistere, di “stringere i denti”.
Ma la resistenza prolungata non favorisce la trasformazione, crea esaurimento.

Coltivare invece di correggere

Un cambiamento sostenibile non nasce dal continuo tentativo di correggersi, ma dalla possibilità di coltivare ciò che ci fa stare bene.

Questo significa spostare lo sguardo:

  • meno attenzione su ciò che “non va”

  • più attenzione su ciò che vogliamo nutrire

Il cambiamento che dura nasce da azioni piccole e realistiche, azioni che non promettano benessere solo alla fine, ma che siano appaganti già mentre le facciamo.

Quando un gesto di cura è vissuto come una presenza gentile verso di sé, e non come un compito da rispettare, la motivazione non ha bisogno di essere forzata.

Un altro modo di pensare il cambiamento

Forse il punto non è chiedersi “cosa devo cambiare?”, ma “di cosa ho bisogno adesso?”.

Non si tratta di rinunciare al cambiamento,  ma di scegliere un modo di cambiare che non ci allontani da noi stessi.

Un cambiamento sostenibile per noi non nasce dalla pressione, ma da un ascolto continuo, imperfetto, umano.

Ed è proprio così che, nel tempo, può durare.

Riferimenti bibliografici per approfondire
  • Deci, E. L., & Ryan, R. M. (2000) Intrinsic and Extrinsic Motivations: Classic Definitions and New Directions. Contemporary Educational Psychology, 25(1), 54–67.

  • Ryan, R. M., & Deci, E. L. (2017) Self-Determination Theory: Basic Psychological Needs in Motivation, Development, and Wellness

  • Prochaska, J. O., & DiClemente, C. C. (1983) Stages and Processes of Self-Change of Smoking: Toward an Integrative Model of Change. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 51(3), 390–395

  • Gilbert, P. (2010) Compassion Focused Therapy

ATTENZIONE!
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