GAIA ZANZOTTERA Psicologa
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Perché litighiamo sempre per le stesse cose?

Quando il conflitto diventa il modo abituale di stare insieme

Alcune coppie sembra che riescano a litigare praticamente per qualsiasi cosa.

Una volta è per chi deve occuparsi delle faccende domestiche. Un’altra per un messaggio a cui non è stata data risposta, per un ritardo, per una decisione presa senza consultarsi.
O magari si discute per una frase pronunciata con il tono sbagliato, uno sguardo, una dimenticanza.

A volte sono questioni importanti. Altre volte, a guardarle da fuori, potrebbero sembrare sciocchezze.

Eppure, ogni volta, la discussione prende una piega molto simile.
Si alzano i toni, si rinfacciano cose, si ripetono le solite accuse.
Uno insiste, l’altro si difende.
Qualcuno si chiude, qualcuno rincorre.
E alla fine entrambi si ritrovano arrabbiati, frustrati, con la sensazione di non essere stati capiti dall’Altro.

Magari, dopo qualche ora, tutto torna alla quotidianità. Si prepara la cena, si parla del lavoro, si organizza il fine settimana. Fino alla discussione successiva.

E se il problema non fosse soltanto ciò per cui litighiamo, ma il fatto che abbiamo imparato a stare insieme litigando?

Gli argomenti cambiano, il copione è lo stesso

Quando pensiamo ai litigi di coppia, tendiamo a concentrarci soprattutto sul loro contenuto: le dimostrazioni di affetto, i soldi, le faccende domestiche, il tempo trascorso insieme, la gestione dei figli, i rapporti con le rispettive famiglie di origine.

Tutti questi argomenti che possono generare disaccordi reali e che meritano, naturalmente, di essere affrontati dalla coppia.

Ma c’è un altro aspetto che vale la pena osservare: il modo in cui le due persone litigano.

Immaginiamo questa situazione:

Uno dei due manifesta un’insoddisfazione: «Ultimamente non mi aiuti mai abbastanza in casa».
L’altro si sente accusato e risponde: «Non è vero, faccio già tantissimo. Sei sempre insoddisfatta/o».

A quel punto il primo insiste, porta altri esempi, ricorda episodi precedenti.
Il secondo si irrita, alza la voce oppure smette di rispondere e si chiude nel silenzio.

La discussione allora si allarga a macchia d’olio.
Non si parla più soltanto delle faccende domestiche, ma di tutto quello che non funziona nella relazione.

«Devo sempre chiederti le cose dieci volte.»
«Con te non si può mai fare niente.»
«Non ti interessa quello che provo.»
«Sei tu che trovi sempre qualcosa da ridire.»

E magari, qualche giorno dopo, la stessa sequenza si ripresenta per un motivo completamente diverso.

L’argomento è cambiato, ma le posizioni che ciascuno assume e le reazioni reciproche sono rimaste le stesse, pressochè identiche.

In psicologia delle relazioni si studiano da tempo alcuni schemi ricorrenti di interazione durante i conflitti. Uno dei più conosciuti è il modello demand-withdraw, letteralmente richiesta-ritiro: un partner insiste, critica o cerca di ottenere un cambiamento, mentre l’altro tende a sottrarsi alla discussione, a difendersi o a interrompere il confronto.

Non è una dinamica necessariamente legata a un genere (uomo-donna) o a un ruolo fisso. I partner possono alternarsi nelle posizioni e reagire in modo diverso a seconda dell’argomento del litigio.

Il punto centrale è che le rispettive risposte finiscono spesso per alimentarsi a vicenda: più uno insiste, più l’altro si ritira; più l’altro si ritira, più il primo sente il bisogno di insistere.

E così il conflitto continua, senza che la coppia riesca a svincolarsi da questa modalità.

Il conflitto che diventa caratteristica della coppia

In alcune relazioni le discussioni sono episodi circoscritti.
Possono essere anche intense, ma riguardano questioni specifiche, trovano uno spazio di confronto e, almeno in parte, arrivano a una conclusione.

In altre coppie, invece, sembra esserci una tensione di fondo che accompagna la quotidianità.

Ci si irrita facilmente, si (mal)interpretano alcune parole come provocazioni, si è sempre pronti a difendersi o a contrattaccare. Anche situazioni banali possono diventare l’occasione per riaprire questioni che sembravano ormai superate.

Il conflitto non è più qualcosa che accade nella relazione ma diventa una modalità abituale attraverso cui la relazione funziona.

Questo non significa necessariamente che non ci sia più amore o che i partner non abbiano più motivi per restare insieme.

Possono esserci affetto, abitudine, responsabilità condivise, progetti, momenti di vicinanza e desiderio di continuare a costruire qualcosa insieme.

Eppure, la conflittualità può diventare sempre più ingombrante e ricorrente, fino a diventare una delle esperienze più frequenti della vita di coppia.

La ricerca sulle interazioni conflittuali ha individuato associazioni tra alcuni schemi comunicativi, in particolare quelli caratterizzati da richieste insistenti e ritiro, ostilità e minore soddisfazione relazionale. Questo non significa che ogni coppia che litiga frequentemente sia destinata a separarsi, né che esista un rapporto semplice e unidirezionale: anche l’insoddisfazione e il disagio nella relazione possono alimentare le modalità conflittuali.

È questa circolarità che merita attenzione.

È la rabbia che ci tiene legati?

Alcune coppie manifestano una caratteristica della conflittualità particolarmente interessante.

Possono continuare a essere molto coinvolti in una relazione anche quando il modo in cui si incontrano è prevalentemente conflittuale.

Pensiamo a quanto spazio mentale ed emotivo può occupare dentro di noi una persona con cui litighiamo continuamente.

Ripensiamo a quello che ci ha detto, ci prepariamo mentalmente le risposte per lo scontro successivo, aspettiamo – a volte per giorni – che riconosca di aver sbagliato, si riaccende la rabbia ricordando un episodio, ci arrabattiamo per capire perché si comporti in quel modo.

Siamo arrabbiati, delusi, frustrati. Ma rimaniamo ancora profondamente orientati verso l’Altro.

La sua reazione ci interessa. Il suo comportamento ci coinvolge. Continuiamo ad aspettarci qualcosa da lui/lei.

In questo modo, per alcuni, il conflitto può finire per diventare una forma di contatto, seppure dolorosa e poco soddisfacente.

Litigare diventa un modo per continuare a cercarsi, a ottenere una risposta, a chiedere attenzione, a verificare che l’Altro sia ancora lì.

Non è necessariamente un meccanismo consapevole per le persone coinvolte. E non significa che la rabbia sia una forma di intimità o che faccia bene alla relazione.
Ma può accadere che, nel tempo, i partner abbiano imparato a incontrarsi soprattutto attraverso la contrapposizione.

Meglio litigare che affrontare la possibilità di perderci?

Proviamo ad approfondire un altro un po’.

Che cosa potrebbe succedere se, in una coppia abituata a vivere in una condizione di alta conflittualità, i litigi improvvisamente si interrompessero?

Non è detto che nella stanza arriverebbero serenità e vicinanza.

Potrebbe emergere il silenzio. La distanza. La difficoltà di trovare qualcosa da condividere.
La consapevolezza di quanto poco ci si racconti, di quanto siano cambiati i desideri, di quanto sia faticoso immaginare un futuro insieme.

A volte (ma non sempre!) dietro una conflittualità persistente possono esserci questioni che i partner non riescono o non sono pronti ad affrontare direttamente.

La possibilità che qualcosa nella relazione sia cambiato profondamente. La paura di riconoscere di non essere più felici insieme. Il timore di una separazione, delle sue conseguenze, di ciò che si perderebbe.

In queste situazioni, il litigio può assumere una funzione paradossale: mantiene i partner coinvolti l’uno nella vita dell’altro, evitando temporaneamente il confronto con una distanza più difficile da tollerare.

È come se fosse ancora possibile essere una coppia attraverso la rabbia, anche quando non si sa più bene come esserlo attraverso la vicinanza.
Forse continuiamo a litigare perché non sappiamo più come stare insieme, ma non siamo ancora pronti a separarci.

Insomma, qualcosa del tipo: se ci arrabbiamo, per litigare dobbiamo essere vicini, in contatto, e quindi non separati, non soli. 

Naturalmente non possiamo spiegare con questo meccanismo ogni relazione conflittuale. Non tutte le coppie che litigano frequentemente stanno evitando una separazione, e non possiamo dedurre dal numero delle discussioni che cosa provino davvero i partner.

In alcune situazioni il conflitto esprime bisogni non riconosciuti, ferite e rotture della relazione che non sono state sufficientemente risanate, difficoltà a gestire le emozioni o modalità relazionali disfunzionali che si sono cristallizzate nel tempo.

In altre può esserci una reale incompatibilità sulla progettualità per il futuro, o nei valori personali; una distribuzione iniqua delle responsabilità o mancanze di rispetto che non possono essere ricondotte semplicemente a un problema di comunicazione (es. nei casi di violenza domestica).

Insomma, è importante comprendere la storia e il funzionamento di ogni specifica coppia.

Se smettessimo di chiederci per che cosa litighiamo?

Quando una coppia si ritrova continuamente dentro gli stessi conflitti, può essere utile provare a spostare l’attenzione dal contenuto alla dinamica.

Non chiedersi soltanto: Perché discutiamo sempre per queste cose?

Ma anche:

Che cosa succede tra noi quando nasce un disaccordo?
Quali reazioni si ripetono?
Che cosa faccio io quando l’Altro si comporta in quel modo?
E che cosa succede all’Altro quando reagisco così?
Ci sono argomenti che non riusciamo mai ad affrontare senza finire per litigare?
Dopo una discussione riusciamo a comprenderci un po’ di più oppure torniamo alla quotidianità aspettando il conflitto successivo?
Riusciamo a sentire che ogni litigio è servito ad avvicinarci un po’ di più e fortificare il nostro legame? O ogni volta ci sentiamo sempre più soli, e lontani?

E a un livello ancora più profondo:

Che cosa rimane della nostra relazione quando non litighiamo?

Riusciamo a cercarci anche per condividere qualcosa di piacevole? Ci raccontiamo ancora quello che ci succede? Possiamo esprimere un bisogno senza che diventi un’accusa, riconoscere una difficoltà senza sentirci sotto esame, trascorrere del tempo insieme senza che emerga continuamente qualcosa che non va?

Sono domande che possono aiutare a comprendere quale significato abbia assunto il conflitto e quale funzione stia svolgendo nella relazione.

Come può aiutare un percorso di sostegno psicologico

Nei casi in cui la conflittualità diventa una modalità abituale di stare insieme e genera profonda sofferenza, un percorso di sostegno psicologico può offrire uno spazio per osservare e comprendere ciò che accade.

Spesso si parte proprio dalla storia dei litigi: quando sono diventati così frequenti? Ci sono stati cambiamenti nella vita della coppia? Quali questioni continuano a riemergere? Che cosa succede prima, durante e dopo una discussione?

Può essere utile riconoscere le proprie modalità di reazione, le aspettative, le paure e le difficoltà che contribuiscono a mantenere il conflitto.

E, soprattutto, provare a comprendere che cosa sta accadendo nella relazione al di là delle singole discussioni.

Perché l’obiettivo non sia soltanto come imparare a litigare meno.
Prima ancora occorre capire che cosa ci tiene ancora insieme, che cosa ci allontana e se esistono altri modi per incontrarci.

Prima ancora di imparare a litigare bene, abbiamo bisogno di capire perché abbiamo finito per fare del conflitto il nostro modo abituale di stare insieme.

Riferimenti bibliografici per approfondire

  • Woodin, E. M. (2011). A two-dimensional approach to relationship conflict: Meta-analytic findings. Journal of Family Psychology, 25(3), 325–335.

  • Schrodt, P., Witt, P. L., & Shimkowski, J. R. (2014). A meta-analytical review of the demand/withdraw pattern of interaction and its associations with individual, relational, and communicative outcomes. Communication Monographs, 81(1), 28–58.

  • Donato, S., Parise, M., Pagani, A. F., Bertoni, A. M. M., & Iafrate, R. (2014). Demand-withdraw, couple satisfaction and relationship duration. Procedia – Social and Behavioral Sciences, 140, 200–206.

ATTENZIONE!
I contenuti di questo blog sono informativi e non sostituiscono una valutazione clinica.

Non possono essere utilizzati per fare diagnosi né come indicazioni terapeutiche.
Se senti il bisogno di supporto, rivolgiti a psicologi o psicoterapeuti iscritti all’Albo.

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