La voce che ti parla dentro: come riconoscere ciò che non è davvero tuo
E costruire un dialogo interno più gentile e autentico
La voce che ci parla da dentro non è sempre davvero nostra.
È un tono familiare, a volte particolarmente severo, che ci dice cosa dovremmo fare, sentire o essere.
E non nasce dal nulla: è l’eco di aspettative, regole, sguardi significativi interiorizzati nel tempo.
Quella voce può assomigliare a un genitore, a un insegnante, a un contesto culturale.
E spesso parla più di controllo che di cura.
Quando il dialogo interiore diventa rigido
Il problema non è avere una voce interiore (ce l’abbiamo tutti, spesso molte e diverse) ma quando questa diventa unica, assoluta, non negoziabile.
In quei casi il dialogo interno perde flessibilità e si trasforma in giudizio, colpa, autocritica.
Molte persone arrivano di fronte a me dicendo:
“So cosa dovrei fare, ma non ci riesco”.
Spesso non è una mancanza di volontà, ma un conflitto tra parti interne che parlano lingue diverse.
Riconoscere, non zittire
Il lavoro psicologico non mira a far tacere quella voce, ma a riconoscerla:
capire da dove viene, a cosa è servita, e se oggi è ancora utile.
Quando le diamo un nome, smette di coincidere con tutta la nostra identità.
Si apre lo spazio per una voce più autentica, più gentile, più aderente ai nostri bisogni attuali e che ci restituisce un’immagine più reale (e oggettiva) del nostro Sè.
La cura inizia quando iniziamo a parlarci come parleremmo a qualcuno che amiamo.
Riferimenti bibliografici per approfondire
- Paul Gilbert (2010). Compassion Focused Therapy
- Kristin Neff (2011). Self-Compassion
- Fonagy & Target (1997). Reflective Function and Self-Organization



